La necessità di “socialismo” dietro la responsabilità sociale del business

11 settembre 2020

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Il 13 settembre 1970, il New York Times pubblicava un articolo dell’illustre economista dal titolo “ The Social Responsibility of Business is to Increase its Profits(La Responsabilità Sociale del Business è Accrescere i suoi Profitti). L’articolo fornisce fondamento teorico, a mio avviso inconsapevolmente, a quella che poi sarebbe diventata la pratica, tuttora imperante, dello shareholder value, oggi messa in discussione perché in contrasto con la sostenibilità ambientale e sociale, l’etica e apre interrogativi sullo scopo ultimo dell’attività d’impresa.Una lettura più attenta del documento originale fornisce però una chiave di lettura più articolata e circostanziata di quanto si sostiene in genere sull’argomento, soprattutto se tale lettura viene corroborata con il punto di vista della Teoria dei Sistemi Sociale.

Lo scopo di Friedman era quello di sopperire alla imprecisione analitica e mancanza di rigore del dibattito dell’epoca, a mio avviso ancora imperante, sulla responsabilità sociale del business. La prima affermazione, squisitamente sistemica, è che il concetto di “responsabilità” è attribuibile solo alle persone; il business, o un’azienda, non lo sono (infatti essi sono sistemi sociali che si costituiscono e si riproducono con operazioni differenti da quelle fisiche o psichiche degli esseri umani). Dunque la questione della responsabilità riguarda le persone. Ma quali dovendo scegliere tra i proprietari di aziende e i loro gestori (corporate executive)? Certamente questi ultimi in quanto sono loro chiamati a decidere e realizzare i comportamenti delle organizzazioni aziendali.

Il gestore (il Ceo o amministratore delegato) è un

dipendente dei proprietari del business. Egli ha una responsabilità diretta nei confronti del suo datore di lavoro. Tale responsabilità è nel condurre il business secondo i suoi desideri, che generalmente saranno fare più denaro possibile e allo stesso tempo attenendosi alle regole di base della società, sia quelle contenute nelle leggi che quelle nelle consuetudini etiche.” (grassetto mio)

Friedman qui stabilisce bene il perimetro della questione: il Ceo è un dipendente come gli altri. La principale differenza con i suoi colleghi dipendenti, oltre lo stipendio ed eventuali benefit,  è che viene assunto direttamente dai proprietari e non dall’azienda. Detto in altri termini il datore di lavoro del Ceo è l’azionista, verso il quale è responsabile, quello di tutti gli altri l’azienda.

Cosa vuole il proprietario di un business? A meno che non sia un ente no profit, desidera fare soldi, quanto più è possibile e non perché sia necessariamente avido ma per il semplice motivo che possedere un business è un’attività di investimento finanziario il cui scopo è, appunto, accrescere il capitale investito.

Dunque è compito dei gestori ottemperare al desiderio dei proprietari secondo le regole di base della società, e laddove questi non vogliano è nelle facoltà del Ceo dimettersi. Il business non c’entra nulla.

Queste precisazioni possono apparire delle banalità ma ascoltando o leggendo i dibattiti sull’argomento, pare che vengano dimenticate.

E’ da evidenziare come nel caso in cui proprietario e gestore coincidono, come per le aziende familiari, le motivazioni più che divergere coincidono in modo inestricabile. Un imprenditore fa partire un business per motivazioni il più delle volte strettamente personali (a titolo di esempio vedere l’intervista di Enzo Biagi a Enzo Ferrari sull’argomento; minuto 2:06) ed essendo immerso nella comunità in cui il suo business opera, a differenza dei proprietari non gestori, sente le regole di base della società nella “carne”.  Laddove così non fosse viene immediatamente indirizzato dalla sua comunità al loro rispetto. Il profitto per l’imprenditore non è uno scopo ma una conseguenza della buona conduzione del business.

 

“…la responsabilità del Ceo è verso i proprietari del business i quali vogliono profitti attenendosi alle regole di base della società, sia quelle contenute nelle leggi che quelle nelle consuetudini etiche.”

Friedman prosegue evidenziando che, a titolo di esempio, evitare di alzare i prezzi dei prodotti o servizi per contribuire all’obiettivo sociale di contenere l’inflazione, oppure assumere disoccupati al posto di mano d’opera qualificata equivale a spendere impropriamente i soldi di qualcun’ altro: l’azionista verso cui è responsabile. D’altra parte se aumenta ingiustificatamente i prezzi dei prodotti o abbassa gli stipendi dei dipendenti, entrambe le operazioni a beneficio del profitto, sta usando impropriamente i soldi dei clienti nel primo caso e dei dipendenti nel secondo contravvenendo alle regole di base della società (utilizzare impropriamente i soldi di altri non è proprio etico).

Questo comporta che:

“Gli azionisti, i clienti o i dipendenti possono spendere il loro denaro per particolari opere se lo desiderano. Il gestore sta esercitando una ‘responsabilità sociale’ distinta, piuttosto che servire come agente degli azionisti, dei clienti o dei dipendenti, solo se spende il denaro in maniera diversa da come dovrebbe spenderlo. Ma se fa questo sta in effetti imponendo tasse, da un lato, e decidendo come gli incassi delle tasse andranno spesi, dall’altro. 

Questo porta ad importantissime conseguenze. L’imposizione di tasse e la spesa del ricavato è una funzione del governo. In tutti i paesi evoluti vi sono elaborati meccanismi giuridici, costituzionali e parlamentari per assicurare che le tasse siano imposte il più possibile in accordo con le preferenze e i desideri degli elettori. Vi sono, in USA come in Italia e tanti altri paesi, sistemi di controllo e bilanciamento per separare la funzione legislativa, di imposizione delle tasse e di abilitazione della spesa, dalla funzione esecutiva, della raccolta delle tasse e l’amministrazione dei programmi di spesa, e dalla funzione giuridica, di mediare le dispute e interpretare la legge.

“Qui il businessman, auto-selezionato o nominato direttamente o indirettamente dagli azionisti, ha da essere simultaneamente legislatore, esecutore e giurista. Deve decidere chi tassare, di quanto e per quale scopo e deve spenderne i ricavi; tutto questo guidato solo dalla generale esortazione su contenere (o aumentare) l’inflazione, migliorare l’ambiente, combattere la povertà e così via.”

 Da qui discende che la solo giustificazione per la quale il gestore sia scelto dai proprietari è che sia un loro agente. Questa giustificazione scompare quando al Ceo viene chiesto di imporre tasse e spenderne il ricavato per scopi sociali. In questo caso diventa un pubblico ufficiale, un servitore dello stato anche se rimane di fatto un impiegato di un’impresa privata. Ma se è così, prosegue Friedman, allora deve essere eletto attraverso un processo politico e questa è la ragione fondamentale per la quale

la dottrina della ‘responsabilità sociale’ implica l’accettazione di una vista socialista in quanto meccanismi politici, e non di mercato, sono la strada appropriata per determinare l’allocazione di scarse risorse verso usi alternativi. “ (grassetto mio)

Supponiamo però che il Ceo voglia adempiere a queste sue presunte responsabilità sociali usando i soldi degli azionisti, dei clienti o dei dipendenti. Egli è un esperto nel gestire un’azienda, ma non sa nulla di inflazione, ambiente o povertà. Quanto aumentare o ridurre i prezzi dei prodotti influenzerà l’inflazione? Come l’assunzione di disoccupati contribuirà al problema della povertà?

Di fatto esercitare la responsabilità sociale illustra una grande virtù dell’impresa privata: forza i singoli (non le aziende!) ad essere responsabili delle loro proprie azioni.

Friedman continua nell’illustrare le logiche conseguenze di come la responsabilità sociale cozzi con l’intero impianto concettuale della libera impresa nel libero mercato. Questo non per negare l’importanza  del tema ma per affermare, con vigorose motivazioni teoriche che generano chiare conseguenze pratiche, che va affrontato e dibattuto in un ambito diverso. Non farlo significa affrontare la natura politica del soggetto economico, in contrasto con la natura del business (la sua autopoiesi).

Da un punto di vista sistemico viene ribadito con forza che la responsabilità non è caratteristica dei sistemi sociali ma delle persone e men che meno delle aziende. Eventuali attività socialmente utili fanno parte del dominio della politica e non del business. E’ il sistema politico che dovrebbe indirizzare e vincolare le attività di business ma se si spingesse troppo in là arriverebbe a snaturare l’attività della libera impresa con tutto quel che ne consegue.

Così sosteneva Friedman mezzo secolo fa ma temo che la profondità del suo messaggio non sia stata ancora compresa e che su questo argomento valga quello che affermava Niklas Luhmann:

…diversamente che nella fisica, nel regno del sapere… il suono viaggia con velocità maggiore di quello della luce. Proprio per questo nuovi termini sono senz’altro molto conosciuti, ma la discussione è ben lontana dall’aver raggiunto una sufficiente comprensione dei concetti. Viceversa, però, si incontrano formulazioni che non contengono i nuovi termini le quali dicono la stessa cosa senza intravederne la portata.”

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