Ancora Shareholder value. Ma l’azienda opera nel “vuoto”?

di
Luciano Martinoli
luciano.martinoli@bmconsulting-mi.com

30 ottobre 2019

Non si è ancora spento il dibattito sulla dichiarazione di questa estate della Business Roundtable, un associazione dei CEO delle più grandi multinazionali americane, a proposito del loro impegno di servire non solo gli azionisti ma anche altri portatori di interessi (clienti, fornitori, dipendenti, ecc.). Infatti vi sono stati nel frattempo un evento della London Business School of Economics , ulteriori dichiarazioni dei Ceo, oltre a svariati seminari ed incontri locali.

L’azienda deve pensare solo ad arricchire gli azionisti? Non è per caso questo che ha generato le grandi disparità nelle società occidentali? E’ un segno evidente della fine del capitalismo che non ha funzionato?

L’azienda è un sistema complesso caratterizzato sia dalla sua autonomia di operazioni, definite esclusivamente al suo interno, sia dalla necessità di operare con il suo ambiente di business, un ecosistema costituito dall’insieme degli stakeholder. Il cosiddetto shareholder value, nacque negli anni ’80, ma fu evocato almeno un decennio prima da Milton Friedman, come un richiamo ai Ceo che all’epoca scialacquavano i profitti per creare enormi conglomerate dal dubbio valore commerciale e finanziario. Lo stesso Friedman, molto lucidamente, ricordava che l’azienda producendo utili poteva assolvere al suo ruolo sociale pagando tasse, stipendi, facendo investimenti e, in questo modo, contribuendo allo sviluppo economico della società. Nessuno dei due, Friedman e gli azionisti arrabbiati, ha mai messo in discussione l’equilibrio ecologico che l’azienda deve ovviamente sostenere.
A spianare la strada ai malintesi vi è stata però la modalità con la quale gli azionisti hanno voluto imporre la loro priorità sugli altri: il compenso dei Ceo, e degli altri manager di primo livello, legato al valore delle azioni. Un incentivo troppo forte che ha attirato le attenzioni dei vertici verso un unico obiettivo ed interlocutore.

La dichiarazione della Business Roundtable appare allora come una sorta di excusatio non petita che denuncia la loro incapacità di mantenere l’equilibrio di interessi che l’azienda è chiamata a sostenere, compito che un imprenditore, che pure ha creato l’impresa e ha interesse all’arricchimento, non dimentica mai.
Se vogliamo attribuire la causa dei guasti che ha creato il capitalismo, come fa intendere L’Economist nel suo articolo Il male del capitalismo, ci troviamo allora davanti al fallimento del capitalismo “manageriale”, ovvero dell’incapacità dell’azienda posseduta da una pletora di azionisti, anche inconsapevoli, gestita da dipendenti di (troppo) lusso ma senza la passione, l’equilibrio e il senso del contesto dell’imprenditore singolo, di sostenere la sfida dell’impresa nel III millennio.

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