A cosa serve un “seminario di formazione”?

di

Luciano Martinoli
luciano.martinoli@bmconsulting-mi.com

10 gennaio 2020

L’offerta di corsi, seminari, percorsi, master e altro è abbondantissima sul mercato. Se ne occupano società di consulenza, università, singoli professionisti, enti specializzati e altri soggetti. Ma tutte queste proposte rivolte a chi lavora, o alle aziende per i suoi dipendenti, a cosa servono realmente?
Nella teoria dovrebbero “insegnare” a fare qualcosa, dunque trasferire pratiche operative da adottare in un particolare contesto. Questo è possibile, e dunque tale trasferimento è efficace, in quegli ambiti particolarmente stabili nel tempo e caratterizzati da un elevato comportamento deterministico e, per questo motivo, prevedibile. In parole povere quei contesti nei quali se “faccio qualcosa accade questa altra cosa” sempre e comunque (con pochi margini di variabilità che in ogni caso hanno una spiegazione causale). L’utilizzo di una macchina, di un software, la conoscenza di una procedura si prestano alla “formazione” di questo tipo e infatti costituiscono la stragrande maggioranza dell’offerta. Basti pensare ai calendari dei corsi per i prodotti Office di Microsoft, o a quelli offerti dai costruttori di macchine utensili, indispensabili per il loro uso, o anche ai periodici aggiornamenti tenuti da ordini professionali o media specializzati sulle novità giuridiche o fiscali.

Le singole persone, e le aziende per le quali lavorano, sono però interessate a trovare e trasferire pratiche operative anche in contesti che non hanno queste caratteristiche. E’ il classico caso delle tematiche relative all’organizzazione, i comportamenti e il loro cambiamenti, e la strategia, le future direzioni di sviluppo dell’organizzazione stessa.
Qui il contesto non è per niente stabile, cambia impercettibilmente ma inesorabilmente tutti i giorni, e non vi è niente di deterministico e prevedibile con certezza. Purtroppo l’offerta in questi contesti parte molto spesso dal presupposto che invece ci sia determinismo e prevedibilità, che l’organizzazione sia in qualche modo assimilabile ad una macchina per cui “se faccio una determinata azione” ottengo certamente “uno specifico risultato”. 

Sappiamo tutti che così non è ma allo stesso tempo si è alla costante ricerca della trovata che lo possa rendere possibile, nella speranza che si sia scoperto qualcosa di nuovo.
E’ allora ancora possibile parlare di “formazione” in tali contesti? Nel senso di “trasferimento di pratiche operative” certamente no. Vi è però la possibilità di eseguire qualche passo nella direzione di un nuovo sviluppo, primo movimento verso quel cambiamento irraggiungibile ma tanto agognato: proporre nuove prospettive, rispetto alle quali ognuno troverà la sua migliore pratica in quel determinato contesto, e relativi metodi e strumenti, che ne consentiranno la realizzazione.
Per nuove prospettive è da intendersi elementi culturali da varie discipline, legati ai temi organizzativi e strategici, che consentano rivoluzioni copernicane (cambiare punto di vista: il Sole al centro al posto della Terra), innovazioni profonde, ribaltamento delle convinzioni radicatesi per consuetudine.
Non sarà sufficiente, ma senza questo passaggio non è immaginabile nessun miglioramento possibile.

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