Morte della banca universale

18 dicembre 2021

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McKinsey ha pubblicato qualche settimana fa il suo periodico Global Annual Banking Review, un rapporto sullo stato di salute del sistema bancario mondiale. Una buona sintesi del rapporto è stata fatta da ilsole24ore del 9 dicembre. Nell’articolo vengono evidenziate le divergenze, in termini di ritorno per gli azionisti, tra le banche europee e quelle americane o asiatiche, a causa delle diverse dimensioni, ma anche tra queste e le nascenti fintech.  Ma le fintech, per quanto grandi- i famosi “unicorni” la cui valutazione è superiore al miliardo di dollari- sono in ogni caso più piccole delle grandi banche internazionali. Dunque mentre per le banche universali il fattore dimensionale sembra essere una necessità per guadagnare valore, le piccole fintech ne generano di più con dimensioni inferiori. Un paradosso che non può essere spiegato dalla prospettiva dello shareholder value, che è l’impianto del rapporto McKinsey.

Per cercare di capire la radice profonda di questa apparente contraddizione, va considerata una prospettiva più ampia, quella sistemica. La dimensione delle banche è stata, ed è ancora, oggetto di dibattito da parte di vari stakeholder, in particolare il sistema bancario stesso, inteso come gli addetti ai lavori che fanno banca non chi fa speculazioni finanziarie sulle attività bancarie (ai quali si rivolge McKinsey), e i regolatori, le agenzie governative soprattutto USA.

 

 

“Alla base del modello di business delle fintech, vi è la specializzazione e la sostituzione della ‘relazione’ con la ‘transazione’…”

Già nel 2001, quindi 20 anni fa, venne costituito un Working Party, un comitato dove erano presenti rappresentanti dei ministeri delle finanze e delle banche centrali di Australia, Belgio, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti nonché membri della Banca dei regolamenti internazionali, della Banca centrale europea, della Commissione europea, del Fondo monetario internazionale e dell’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo. Lo scopo era quello di studiare gli effetti del “consolidamento delle istituzioni finanziarie”, già in atto all’epoca anche se ancora in fase embrionale rispetto a quanto avvenne negli anni successivi,  “sia all’interno di ciascun paese industriale sia tra i diversi paesi” per le “potenziali implicazioni per le politiche pubbliche in molteplici aree”.

Il Working Party elaborò un rapporto, chiamato “Ferguson” dal nome di Roger W. Ferguson, Jr., Vice presidente del Board of Governors del Federal Reserve System che presiedeva il comitato. In esso si analizzarono le l’attività di banca commerciale, l’investment banking, l’attività assicurativa e, in alcuni casi,
l’attività di gestione del risparmio allo scopo di “individuare gli effetti potenziali del processo di concentrazione.”

Il rapporto, di cui fu reso disponibile da Banca d’Italia una versione nella nostra lingua, evidenziava profeticamente alcuni rischi legati alle concentrazioni bancarie:

“…è probabile che il processo di concentrazione internazionale abbia aumentato la possibilità che gli shock in un paese producano un effetto sulle imprese finanziarie e sui mercati di un altro paese”

“…una maggiore concentrazione nei mercati bancari può comportare condizioni meno favorevoli ai consumatori, in particolare nei mercati dei prestiti alle piccole imprese, dei depositi al dettaglio e dei servizi di pagamento.”

giusto per citare alcune conclusioni.

Allo stesso tempo indicava possibili vantaggi, ma limitati esclusivamente nell’ambito della efficienza, dunque minor costo per fare le stesse cose:

“…le fusioni possono fornire l’opportunità di incrementare i ricavi attraverso aumenti di efficienza o un rafforzamento del potere di mercato.”

Anche senon vi è garanzia che risparmi di costi o guadagni di efficienza vengano effettivamente realizzati.”

 “gli operatori potrebbero concentrarsi sulla riduzione dei costi in valore assoluto piuttosto che su valutazioni di efficienza, che mettono a confronto l’andamento dei costi con la dimensione d’impresa;”

Dunque più ombre che luci dal punto di vista delle banche centrali e dei regolatori, come poi avrebbero sperimentato da lì a qualche anno.

E ciò che si temeva accadde nel 2008, quando si scoprì che l’aver sottostimato il fattore dimensionale creò il fenomeno delle banche “too big to fail” cioè troppo grandi per essere lasciate fallire. All’epoca fu fatto quello che andava fatto, ma ancora 8 anni dopo il neo presidente dell’epoca della Federal Reserve di Minneapolis Neel Kashkari affermava, come riportò il New York Times:

Credo che le banche più grandi siano ancora ‘too-big-to-fail’ e continuano a rappresentare un rischio significativo e continuo per la nostra economia

Due anni dopo lo stesso Kashkari fu ancora più radicale. Dalle pagine dello stesso giornale lanciò la seguente provocazione: “eliminare le banche too-big-to-fail” imponendo loro una “frantumazione” in entità più piccole.

Tali preoccupazioni, e proposte apparentemente provocatorie, non appartengono però al passato. È  notizia recente la volontà dell’amministrazione Biden in USA di voler rivedere la regolamentazione delle fusione delle grandi banche. Come ha dichiarato Michael Hsu, membro della FDIC: Federal Deposit Insurance Corporation agenzia creata dal congresso per mantenere stabilità e fiducia nel sistema finanziario nazionale:

“La questione è come promuovere la competizione tra le grandi banche prevenendo la formazione di aziende too-big-to-fail”  

Un tema sistemico dunque, che prescinde dall’interesse dell’insieme degli shareholder bancari, principale preoccupazione dei banchieri e di Mckinsey. Laddove le banche sono costrette, per soddifare la borsa, a rincorrere la crescita dimensionale, tale crescita non garantisce i risultati voluti e costituisce addirittura un pericolo per il sistema economico nel suo complesso.

Rimane però il mistero delle fintech: come fanno a produrre valore, economico e in borsa, pur se di dimensioni inferiori alle grandi banche?

La risposta forse è nella fine “sistemica” della banca “universale”. Superata una certa soglia dimensionale, sembra evidente l’impossibilità di continuare a creare valore. La banca universale dovrebbe essere più piccola di quelle attuali perché il suo business è fondato sulla relazione con il mercato, meglio ancora sul territorio, dove opera. Su questo terreno vi è un limite all’efficienza. Sembra che la dimensione se supera una certa soglia può contribuire all’efficienza interna ma allo stesso tempo mina i fondamentali del fare banca universale. Un banchiere americano riassumeva bene questo fenomeno dalla prospettiva della vigilanza bancaria: “la vigilanza ha consentito con l’abbondanza di regolamenti la crescita delle banche grandi ma ha impedito la sopravvivenza di quelle medio-piccole”.

Il successo delle fintech è basato su un modello di business completamente diverso. Non sono banche ma piattaforme tecnologiche che hanno sostituito, come modalità per condurre il loro business, la “relazione” con la “transazione”. Tale shift è stato possibile proprio grazie alla loro focalizzazione. Ci sono piattaforme fintech per sistemi di pagamento, per prestiti aziendali o personali, per erogare mutui, per chiudere contratti assicurativi e molto altro, ma nessuna fa tutte queste cose insieme, come invece fa, o tenta di fare, una grande banca universale. Basta guardare i recenti piani strategici delle grandi banche nazionali.

In conclusione quindi, basandosi su questi presupposti, la grande banca universale sarà sempre più perdente rispetto alle aziende fintech. Costituirà un pericolo per il contesto economico allargato, deluderà gli investitori, cercherà una continua efficienza su ambiti dove ci sarà sempre meno da risparmiare.

C’è allora da auspicare, per muoversi verso un’economia che veda finalmente di nuovo al centro gli stakeholder e non più gli shareholder, la convivenza di modelli di business bancari basati sia sulla relazione che sulla transazione, ognuno negli ambiti dove sia più opportuna. Detto in altri termini se “grande è bello” solo per soddisfare la borsa e le proprie ambizioni di potere, i banchieri dovrebbero ritornare all’insegnamento di Raffaele Mattioli il quale rifiutava una sovraesposizione del sistema finanziario e una concezione del danaro per il danaro.

Luciano Martinoli

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