L'identità al tempo dei social

11 luglio 2022

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Uno degli aspetti più controversi, e forse il più critico, della società contemporanea diventata così complessa, è quello della nostra identità.

Chi siamo noi?

Il vecchio paradigma della Sincerità, rispetto al quale l’identità era assegnata alla nascita, come nelle società arcaiche, pur continuando a sopravvivere in alcuni contesti, appartenere ad esempio ad una certa famiglia, non è più sufficiente. Anche quello successivo della Autenticità, che ci spinge a trovare il nostro autentico “sé”, da tempo mostra i suoi limiti. Dove lo trovo il mio sé? Un certo modo di essere è presentabile a tutti? E gli altri fanno lo stesso? Come faccio a riconoscerlo? Le cose poi si complicano ulteriormente con l’avvento dei social media, la pervasiva tecnologia che consente di costruire una identità senza la necessaria presenza fisica, indispensabile per le altre due modalità.

Hans-Georg Moeller e Paul D’Ambrosio nel loro ultimo libro, disponibile recentemente in italiano, “Il Tuo Profilo e Te” avanzano una nuova ipotesi basata su una prospettiva diversa.
Una delle caratteristiche della modernità, che ha contribuito ad aumentarne la complessità, è, secondo il sociologo Niklas Luhmann, la “osservazione di second’ordine” ovvero la capacità e la possibilità dell’intera società di osservare le realtà non direttamente, osservazione di prim’ordine, ma come viene osservata dagli altri.

Questa modalità non è nuova. Se ne trovano tracce, ad esempio, già a partire del XIX secolo quando si è iniziato a diffondere il termine pittoresco per indicare che un paesaggio era talmente bello da assomigliare ad una pittura, ovvero alla rappresentazione su una tela di un artista che, osservandolo di prima mano, ne aveva creato una rappresentazione certamente migliorata secondo il suo gusto.

Un famoso caso applicativo, questa volta in economia, dell’osservazione di second’ordine è quello del Concorso di Bellezza (Beauty Contest) descritto dall’economista John Maynard Keynes nella sua “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” del 1936 per spiegare la formazione dei prezzi e l’andamento dei mercati finanziari. Questi si formano, secondo Keynes, allo stesso modo in cui i giudici di un concorso di bellezza devono eleggere i volti più belli non secondo il loro gradimento (osservazione di prim’ordine) ma scegliendo quelli che avrebbero incontrato il maggior gradimento verso il pubblico (osservazione di second’ordine).

Oggi, abilitata dalla tecnologia, questo tipo di osservazione è pervasiva in ogni aspetto del nostro quotidiano. Se dobbiamo scegliere un ristorante guardiamo Tripadvisor, dove sono registrati i giudizi di sconosciuti a partire dai quali ci facciamo un’opinione sulla scelta possibile. Analogamente dovendo cercare un albergo o una casa vacanze ci rivolgiamo a Booking.com o Airbnb per le stesse motivazioni. Addirittura se otteniamo un buon giudizio da un conoscente, corriamo su queste piattaforme per averne conferma o meno.

 

 

…i social media hanno abilitato e dato sfogo al pre-esistente desiderio di costruire e presentare profili, non l’hanno creato.

La costruzione dell’identità ha seguito la stessa sorte. A partire da questa tendenza vogliamo costruire dei profili di noi stessi e presentarli agli altri per poi valutare come vengono osservati e rafforzarli o cambiarli. Gli autori chiamano questa “tecnologia identitaria” Profilicità, in affiancamento alla Sincerità e alla Autenticità. Questa proposta ribalta la narrazione corrente che vede la tecnologia come causa prima della proliferazione dei profili: i social media hanno abilitato e dato sfogo al pre-esistente desiderio di costruire e presentare profili, non l’hanno creato. Detto in altri termini, se non ci fosse Facebook, Instagram, linkedin e altre piattaforme, bisognerebbe inventarle!

Ovviamente la Profilicità, al pari della Sincerità e dell’Autenticità, non è scevra da problemi. Allo stesso tempo convive con esse, anzi se ne serve per metterle al suo servizio. Cambia anche il concetto di “Moralità” che non è più legato a ciò che genuinamente si pensa ma alle dichiarazioni fatte in ottemperanza a quello che si pensa la gente debba pensare.

Vi è insomma la proposta di un nuovo vocabolario, grazie al quale comprendere meglio i fenomeni che stiamo vivendo e superare alcune posizioni concettuali, quali ad esempio quella della ricerca dell’Autenticità ad ogni costo, che non sono più in grado di rendere conto di ciò che accade.

Nella parte finale vi è un tentativo di applicazione dello stesso apparato concettuale ad un altro tipo di persona senza “carne ed ossa”, la persona giuridica: l’azienda. Anche essa infatti utilizza le tre “tecnologie” identitarie in ogni ambito nel quale è chiamata ad operare: economico (clienti, fornitori, eccetera), giuridico (ottemperanza e leggi), organizzativo (persone, processi interni), mediatico (pubblicità, relazioni), e altro.
La Profilicità, lungi dall’essere pienamente sfruttata, offre ancora occasioni per meglio e più efficacemente comunicare nei vari ambiti. Anche qui, pur non essendo immune da problemi, una sua corretta comprensione aiuta a capirne le fenomenologia e l’utilizzo. Una prospettiva nuova sulla multidimensionalità aziendale che fornisce spunti originali per affrontare le attuali sfide del business.

Per saperne di più a questo link è disponibile una raccolta di alcune parti del libro.

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Luciano Martinoli