Il potere delle parole: dal “cazzotto” di Perugia alla “Intelligenza Artificiale” di Hanover

Le parole non sono una semplice etichetta appiccicata agli oggetti e alle idee per una loro facile identificazione; sono molto di più. Esse investono di significato le cose: parole diverse possono evocare emozioni, sensazioni, riflessioni differenti su uno stesso oggetto, e non solo. Viceversa cambiare di nome a qualcosa lo può arricchire, stimolare approfondimenti, speculazioni e fantasie che diversamente non avrebbe.

Prendiamo come primo esempio il caso del famoso cioccolatino della Perugina: il Bacio.

Il Bacio Perugina doveva chiamarsi “Cazzotto” perché in origine aveva una forma che ricordava le nocche di una mano chiusa in un pugno.
Fu Luisa Spagnoli a inventare, nel 1922, quello che è diventato poi uno dei prodotti di punta dell’azienda. La Spagnoli stava cercando un modo per recuperare gli scarti di lavorazione degli altri prodotti e creò questo cioccolatino con all’interno cioccolato gianduia, granella di nocciole e una nocciola intera, il tutto ricoperto di cioccolato fondente Luisa.

Come avrebbe potuto un cliente entrare in un negozio e chiedere, magari ad una graziosa venditrice: Per favore, mi dia un cazzotto?”
E’ l’intuizione di Giovanni Buitoni, giovane amministratore della Perugina che cambia il nome del dolcetto in un più romantico “Bacio”. Persino la sua forma viene modificata a ricordare, secondo alcuni, un piccolo seno. Ma la vera svolta nella storia dei “Baci” arriva grazie a Federico Seneca, pittore, grafico, pubblicitario e direttore artistico della Perugina negli anni Venti. Seneca inventa la coppia di amanti su sfondo blu, ispirandosi al celebre Bacio di Hayez.

(fonte sito fondazione Magnani Rocca)

Dunque un semplice cambio di parola, ad un identico bob-bon, ha trasformato un potenziale fiasco in un enorme successo, evocando “un capolavoro di dolcezza e al contempo di erotismo, anche nella forma proibita del cioccolatino”.

Se a Perugia le cose si sono messe bene, senza danno per alcuno, differente sorte è toccata ad una disciplina scientifica. Intendiamoci, non che vi siano stati danni o catastrofi (almeno per il momento), ma certamente l’aver dato un nome piuttosto che un altro ne ha condizionato lo sviluppo e acceso un continuo dibattito in altri campi.

John McCarthy
John Mc Carthy

Nel 1950 Alan Turing pubblicò sulla rivista trimestrale Mind, che si occupava di psicologia e filosofia, un articolo dal titolo “Computing Machinery and Intelligence” (“Macchine Calcolatrici e Intelligenza” per chi volesse leggere la traduzione italiana).

Turing era innanzitutto, e forse esclusivamente, un matematico i cui maggiori contributi alla scienza sono stati una elegante teoria matematica del calcolo automatico (lavori del 1936-37) e, meno noti al grande pubblico, gli studi in biologia sulla morfogenesi, le modalità con le quali gli esseri viventi prendono una forma. Il suo determinante supporto a decodificare i messaggi dell’esercito nazista con la macchina “Enigma”, fu solo, per quanto fondamentale per le sorti della seconda guerra mondiale, un’applicazione delle sue conoscenze matematiche.

Il quesito che si poneva Turing nel titolo del suo articolo non riguardava la “Intelligenza” ma se le “macchine” potessero “pensare”. Ovviamente, essendo un matematico, propose una definizione molto precisa dei due termini, limitandone allo stesso tempo la portata e il significato.

Per “macchina” propose il suo modello teorico di calcolatore, anni dopo ribattezzato da altri studiosi “Macchina di Turing” e alla base di tutti i computer costruiti dopo. Ad ulteriore chiarezza: tutti i computer oggi esistenti sono delle Macchine di Turing, nessuno escluso, e non si conoscono ad oggi altri modelli teorici di calcolo.

Per definire precisamente il pensare, propose un gioco: il gioco dell’imitazione o imitation game, che ancora accende la fantasia di tanti che si avvicinano al tema delle capacità delle macchine di “pensare”. Ma il gioco aveva solo lo scopo di circoscrivere in modo preciso un problema.

Da qui in poi Turing, sembra quasi per diletto, si immerge in una serie di confutazioni, di stampo teologico, matematico e altre, che arrivano alla conclusione che alla domanda iniziale non c’è risposta, o ci sarebbe nel caso si aggiungessero condizioni al contorno di realizzabilità solo ipotetica. In estrema sintesi l’articolo di Turing è stato un intrigante esercizio di indagine filosofica e psicologica, non a caso la rivista si occupava solo di questo, che ha posto un quesito, limitato alla tipologia di macchine all’epoca immaginate e attualmente conosciute, senza fornire soluzioni.

Il divertissement di Turing però accese una miccia.

Nel 1956, sei anni dopo la comparsa dell’articolo, John McCarthy, uno studioso della nascente Computer Science, insieme ad altri scienziati organizzò una conferenza di ricerca presso l’università di Dartmouth nella città di Hanover, New Hampshire (USA). I temi in discussione erano, tra gli altri, le reti neurali, la teoria della computabilità, l’elaborazione del linguaggio naturale. Fu chiaro a tutti che ci si stava avventurando in un territorio completamente nuovo rispetto alle problematiche classiche di calcolo. La teoria di Turing e altri avevano già determinato i confini della “computabilità” nota, allora come quella di oggi, che non ammetteva soluzioni “ottime”, risolutive in modo definitivo. Le nuove ricerche però potevano consentirne di “ottimali”, soddisfacenti per usi pratici.

Fu in quel contesto che proprio McCarthy propose di chiamare la nascente disciplina “Intelligenza Artificiale”.

Da allora, tra alti e bassi, la ricerca nel settore ha fatto indubbiamente notevoli progressi, fornendo soluzioni accettabili e adeguate per molti problemi pratici. Purtroppo il nome ha scatenato la fantasia di accademici di altri settori, di fanatici e di poco informati di tutti i campi attribuendo alla disciplina capacità che non sono alla sua portata, ben nota agli addetti ai lavori, ma evocati semplicemente dal suo nome. I limiti entro i quali l’Intelligenza Artificiale (IA) fatta con queste macchine (che, ripeto, sono tutte Macchine di Turing) sono quelli definiti nel 1937 e tali limiti sono sempre più evidenti rispetto alle aspettative alimentate dal nome, pur erogando altri benefici.

A partire da queste due storie sembrerebbe proprio che per scoprire nuovi significati, e dunque nuovi percorsi di approfondimento e ricerca, sia necessario partire dal costruire parole nuove con le quali indicare oggetti e idee che non riusciamo più a governare o il cui senso si è svuotato. Ad esempio, nell’ambito aziendale, Organizzazione, Strategia, Leadership e tante altre. Ma chi se ne occupa?
Chi è interessato ad avventurarsi in questi territori per trovare nuovi significati, e come si fa?

Herbert Simon, uno degli scienziati presenti a Dartmouth, recentemente ha rivelato che all’epoca propose di chiamare l’IA “Complex Information Processing”, ma la sua proposta non fu accettata.

Come sarebbe stato il mondo se invece la disciplina fosse stata chiamata così?

 

Luciano Martinoli