Lettera aperta alla virologa Ilaria Capua

Gentilissima dottoressa Capua

Ho letto con molto interesse il suo articolo pubblicato sul Corsera il primo gennaio scorso. In esso lei giustamente evidenzia fattori appartenenti a domini differenti che si condizionano a vicenda: quello biologico, pertinente al virus, quello psicologico, relativo alle persone e ai loro comportamenti, e quello sociale dei sistemi in cui le persone interagiscono.

Se la sua classificazione nei fattori “virus” e “individuo”, e le interazioni fra di loro, è chiara non lo è quella relativa al sociale. Sembra da parte sua essere una levata di scudi del mondo scientifico, della quale lei è una titolatissima rappresentante, nei confronti di tutti gli altri; una richiesta di non disturbare il manovratore con richieste di informazioni che “non è possibile incasellare… in caselle mentali a misura di clickbait e di telespettatore disattento.”

Se così fosse mi consenta di rilevare, con la massima stima e rispetto nei confronti suoi e del lavoro suo e dei suoi colleghi, che pur comprendendo la frustrazione che l’ha portata a scrivere questo testo, esso denuncia una non conoscenza delle modalità con le quali i sistemi sociali del III millennio vanno avanti e l’importante funzione svolta dai social media.

Viviamo da tempo in una società della osservazione del secondo ordine, ovvero una società dove tutti i suoi sistemi (economico, finanziario, giudiziario, scientifico, sanitario, eccetera)  osservano la realtà attraverso le osservazioni degli altri. I luoghi dove tali osservazioni si realizzano sono proprio i media sociali dove emergono i giudizi dei general peer che sono di fatto, agli occhi di tutti gli altri che li osservano, la vera e unica realtà. Detto in altri termini, se qualcosa non è rappresentato nei media sociali semplicemente non esiste!

I media sociali non sono solo quelli dove impera il “clickbait” o la chiacchiera disattenta, come possono essere Facebook, Whatsapp o simili. Ve ne sono tantissimi altri specializzati in osservazioni di secondo ordine specifiche di ogni sistema sociale. Nel caso del mondo scientifico, ad esempio, i media sociali sono le riviste scientifiche dove vengono pubblicate le ricerche. Gli editori di tali media, come lei sa benissimo, decidono di pubblicare un articolo o meno tramite un meccanismo “sociale”: la peer review, cioè la valutazione di quel lavoro di ricerca fatta da pari, spesso in maniera cieca (senza conoscerne l’autore). Se la ricerca viene pubblicata, quel risultato è noto ed “esiste”, altrimenti è come se non fosse mai stata fatta. Quanto importante sia questo meccanismo e quanto sia noto, accettato e praticato nel mondo scientifico, e dunque anche da lei, è dimostrato, ad esempio, dal suo stesso curriculum che ho trovato disponibile on line, e che immagino sia stato redatto da lei stessa.

 

 

…la partecipazione corretta ai media sociali è sì “virtuale” ma con conseguenze più reali di quanto si possa immaginare…

Il documento è composto da 36 pagine dove ben 29 contengono la lista delle sue pubblicazioni su media sociali specializzati. La sua identità, fama e importanza nel sistema sociale scientifico è data da quelle 29 pagine e non dalle precedenti, che invece ne sono la conseguenza. Lei è una importante virologa perché sono state pubblicate le sue ricerche, non solo perché le ha fatte.

Con questo esempio personale non è certa mia intenzione disconoscere il suo valore di scienziata o, peggio ancora, correre il rischio di offenderla; se così percepisse le porgo le mie più profonde scuse. Ciò che ho voluto evidenziare è semplicemente l’importanza dei media sociali dei quali necessitiamo tutti e che, per questo, tutti siamo forzati a tenerne conto.

Per questo motivo è importante che anche il resto della società venga a sapere, nei modi più opportuni e con l’adeguato dispendio di tempo, dell’esistenza di tali ricerche non solo per dovere di informazione ma anche per dimostrare l’esistenza, e di conseguenza la sua importanza, del mondo scientifico che alla lunga, attraverso complicati fenomeni politici ed economici che in questo caso molti appartenenti del mondo scientifico faticherebbero a comprendere, dipendono anche da clickbait e telespettatori disattenti. 

L’esigenza da parte del mondo scientifico di cimentarsi con i media sociali opportuni non è solo quella di rendere semplicemente manifesta, e quindi esistente, la ricerca virologica.

La “connettosfera” dei social amplifica le informazioni che ha. Se ne ha di distorte o errate è colpa o mancanza di chi invece avrebbe potuto darle corrette, per quanto difficile sia. Quanto sia importante lo afferma lei stessa quando dice che tutto questo “determina quello che succede al fattore virus”.  Se le comunicazione trattate dai media sociali di tutti i tipi sono distorte o mancanti, queste influenzeranno i comportamenti del “fattore individuo” che a loro volta, come stiamo riscontrando, determineranno anche dei percorsi evolutivi diversi del “fattore virus”, come lei stessa ha evidenziato.

Di conseguenza la partecipazione corretta ai media sociali è sì “virtuale” ma con conseguenze più reali di quanto si possa immaginare, se contribuisce alla fine a modificare il virus. Quindi, se posso azzardare un’ipotesi che discende proprio dalle sue parole, le attività sui media sociali sono importanti tanto quanto la ricerca in laboratorio. Un aspetto che il mondo accademico e scientifico spesso ignora.

Con grande stima

Luciano Martinoli

3 risposte

  1. Milano 8 gennaio 2021

    Gentile Luciano Martinoli, rispondo a titolo personale, alle sue osservazioni e non sicuramente a nome della brava dottoressa Ilaria Capua che di tutto può aver bisogno,
    tranne che di un avvocato difensore in merito all’articolo del Corriere della Sera, sull’argomento virus Covid 19, social media, e clickbait.
    Per me la dottoressa Ilaria Capua ha con arguzia perfettamente centrato l’argomento.

    Dico questo perché Internet, algoritmi senza regole e social media, hanno già fatto danni enormi. Flessibilità, lavoro gratuito, sfruttamento, destrutturazione del mercato, destrutturazione dei corpi intermedi, destrutturazione degli Stati, e distruzione delle regole sociali sul lavoro e delle imprese tradizionali sono la triste realtà.
    Complice internet e i social networks hanno reso possibile una pseudo democrazia diretta come al tempo degli antichi ateniesi,
    che si riunivano nell’agorà e tutti godevano dell’isegorìa, cioè del pari diritto a prendere la parola.
    Infatti, oggi ognuno può mettere in rete il proprio pensiero, con un semplice click, per poter essere ascoltati dal Capo-Popolo che decide per tutti.
    Il Mondo è in Anomia e non bisogna lamentarsi poi che dilagano i populismi.
    Sono completamente basito nel vedere il mondo accademico, scientifico, imprenditoriale, politico e istituzionale, continuare a
    promuovere e incentivare in modalità ossessivo compulsivo Internet, algoritmi senza regole e social media.
    L’informatica oggi viene finalizzata non tanto, come processo di innovazione, crescita e sviluppo delle imprese, ma principalmente come strumento potenziale
    di esternalizzazione delle attività (interna/esterna) e di riduzione delle posizioni lavorative, col miraggio di far cassa e far brillare gli occhi di pochi pescecani.
    Pertanto è causa della perdita di numerosi posti di lavoro, sia nel settore pubblico che privato e conseguente perdita di governo del potere
    da parte delle aziende e autorità e regolamentazione dei diritti, da parte dei soggetti titolati per legge (un’impresa senza personale è destinata a fallire).
    I tantissimi soldi spesi in neuro marketing per i social media sono soldi buttati via.
    Il neuro marketing è la scienza degli imbonitori.
    Dovremmo spendere questa grande quantità di danaro in ricerca, nelle neuro scienze e scienze cognitive, per curare i malati dalle patologie legate al cervello,
    per il benessere ed infine per migliorare le condizioni di vita degli uomini.
    Bene ora, constatato che di Ethos, Phatos, e Logos, non frega niente a nessuno, Vi chiedo come può un’economia relazionale
    che utilizza le nuove tecnologie, mirate unicamente a creare meccanismi di induzione dei cittadini, con una concorrenza di mercato
    insistente, sleale e a basso costo che finisce solo per produrre truffe, diventare una panacea dell’economia e del mercato, a mio avviso
    può solo creare ulteriori meccanismi pericolosi.
    L’uomo sta eliminando il tempo, le distanze, i luoghi, “nessun tempo, nessun luogo, nessun spazio” ma l’abolizione delle distanze, del tempo,
    dello spazio, rende tutti soli allo stesso modo, tutto e vicino e distante, tante solitudini disconnesse dalla realtà, che restano profondamente sole
    e quindi inesistenti, senza mai un rapporto vero con gli altri.

    Nel merito del virus Covid19, social media, e clickbait:
    Le chiedo: come mai con tutta questa creazione di innovazione e tecnologia, con tutti questi Talenti Smart, Startup, e Scienziati,
    con tutti questi spacconi e gradassi che governano Paesi e Nazioni è bastato un virus e il Mondo intero è in crisi?
    Com’è possibile che in Occidente non sappiamo più fare più nulla neanche due mascherine? Solo compravendita, possibilmente in rete.
    Com’è possibile che con tutte queste piattaforme, le reti, i media, i social network, la stampa, tutti i scienziati del 5G e chi più ne ha più ne metta,
    possibile che prima in Cina e poi in Occidente nessuno sapeva comunicare, la gravità di quanto stava accadendo a causa del virus Covid 19 e lanciare l’allarme?
    Com’è possibile che non siano state prese misure di prevenzione e avvisati i cittadini tempestivamente, della gravità e pericolo che correvano a causa del virus Covd 19?
    Forse di intelligenza in giro c’è ne poca se poi è pure artificiale siamo a posto.
    La verità è che l’uomo non sa nulla, crede di sapere ma non sa nulla, ha ragione Socrate sapiente è chi sa di non sapere nulla.
    Oggi l’uomo a causa dei suoi limiti divide tutto e l’informatica accentua la divisione, l’egoismo e l’isolamento non esiste più un prossimo tuo,
    ecco perché nessuno ha avvisato.

    Giuseppe Gattullo

    1. Gentilissimo Signor Gattullo
      La ringrazio per il suo lungo e articolato commento.
      Mi lasci subito chiarire che la dottoressa Capua non ha bisogno di alcun avvocato perchè non è “accusata” di alcunchè perché il mio commento al suo pregevole articolo non era un atto di accusa. Ho voluto prendere l’articolo in oggetto come scusa per evidenziare un punto di vista che viene costantemente ignorato da tutti, anche dalla comunità scientifica, sui meccanismi di base dei social media che riprendono e amplificano le dinamiche sociali ma non li creano.

      La prova di questo è proprio nella prima parte del mio post dove, prendendo ad esempio proprio la professoressa non certo per attaccarla ma per mostrare una modalità a lei nota, illustro come tali “perverse” modalità tanto biasimate su internet siano usate anche nel mondo accademico per costruire le identità.

      La tecnologia, da sempre, è solo uno strumento. Con la scoperta del fuoco l’uomo imparò a riscaldarsi, cuocere i cibi, illuminare le notti buie. Ma imparò anche ad appiccarlo alle case dei nemici portando devastazione e morte o ad eliminare chi non la pensava come lui. E’ colpa o merito del fuoco tutto questo? Certamente no.
      Con questo non voglio disconoscere i danni che gli attuali usi e funzionamenti di internet stanno apportando al nostro vivere civile (mentre puntualmente ci stiamo dimenticando dei vantaggi) ma continuare a focalizzarsi sulla tecnologia o sui presunti complottismi di chi la indirizza in tal senso non aiuta certo a risolvere questi problemi. Aiuterà invece una presa di coscienza e conoscenza del metabolismo della nostra società moderna ed un più fattivo, collaborativo e umile uso di quegli strumenti che, così come possono generare i danni che lei ha elencato, possono anche migliorarla. Nè più nè meno come accadde con il fuoco.

  2. Condivido l’affermazione che il male , non è il mezzo , ma è , il come e per quali fini si usa , indipendentemente dalle epoche .
    Giusto l’esempio del fuoco e di altri mezzi più o meno tecnologici .

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