La responsabilità sociale delle aziende dopo i fatti di Washington

Negli USA non esiste il finanziamento pubblico ai partiti e le aziende eseguono costanti e corpose donazioni al partito repubblicano e democratico. Queste donazioni si affiancano ai costi di lobbying altrettanto elevati, una pratica legale di pressione presso le amministrazioni pubbliche, locali e centrali, per sostenere richieste specifiche relative al business.

Dopo l’assalto al parlamento americano, molte aziende hanno diminuito o interrotto i finanziamenti al partito repubblicano responsabile di aver sostenuto, o non contrastato a sufficienza, le derive populiste e antidemocratiche del presidente Trump.

Si è così riaperto il dibattito sulla responsabilità sociale delle aziende che, all’improvviso, si scopre che non erano dedite solo ad accumulare profitti da distribuire agli azionisti ma anche, per realizzare quei profitti, a sostenere la politica. Vi è ancora l’eco delle dichiarazioni, poco convincenti, della Business Roundtable nella quale i CEO delle principali aziende d’oltreoceano si impegnavano a tutelare gli interessi anche degli altri stakeholder oltre a quelli degli azionisti.  Ciò che sta accadendo, come reazione all’assalto del 6 gennaio, sta evidenziando la necessità di una rivisitazione dell’intervento delle aziende nella società, compresa la politica.

Il sostegno a partiti e candidati, soprattutto da parte delle grandi e grandissime aziende a livello centrale ma per quelle di dimensioni più piccole anche a livello locale, vi è sempre stato ed è giustificato dalla necessità di favorire un miglior “ambiente” per il business, o impedirne il peggioramento. Infatti è facilmente comprensibile come le attività aziendali possono essere facilitate o danneggiate dal contesto legislativo.

Il problema si pone quando, per perseguire questi obiettivi, si supporta palesemente uno schieramento politico, in questo caso Trump e i repubblicani, che ha garantito minor regolamentazioni e tasse più basse a vantaggio delle aziende ma a scapito di vere e proprie persecuzioni di minoranze, nel caso dei migranti, o dei diritti civili di parti della società. Le aziende si sono letteralmente tappate il naso pur di ottenere quei vantaggi.

Nel dibattito mediatico ritorna anche il riferimento al presunto, e a mio avviso largamente incompreso, “padre” dello shareholder value, Milton Friedman, che in un suo articolo del 1970 sanciva come principale, se non unica, responsabilità sociale delle aziende l’accrescere i profitti.

A prima vista sembra proprio che l’orientamento all’azionista e al profitto per soddisfarlo abbia creato comportamenti a totale danno per il resto della società. I fatti di Washington sembrano confermarli per quanto riguarda la politica. E’ bene però andare un po’ più a fondo sul tema della responsabilità sociale, al fine di sviluppare un dibattito più rigoroso e scevro da emozioni e giudizi di parte. Per farlo occorre partire proprio dal famoso articolo di Friedman che ha fornito, a mio avviso inconsapevolmente, le basi teoriche della teoria dello shareholder value, fonte di tutti i mali ai quali abbiamo assistito in questi decenni e, non ultimo, forse anche dei fatti del 6 gennaio.

Friedman aveva ragione quando affermava, come economista, che le aziende devono accrescere i profitti. Il profitto é quanto rimane dopo aver onorato, almeno economicamente, tutte le obbligazioni nei confronti dei principali stakeholder: stato, dipendenti, fornitori (per l’operatività corrente e gli investimenti), creditori finanziari, eccetera. Ciò che rimane è disponibile per l’irrobustimento della struttura finanziaria dell’azienda, in varie forme, o per onorare il buon ultimo creditore “perpetuo”: il socio. Egli infatti, con la fornitura del capitale iniziale, che è debito per l’azienda, ha il diritto di essere remunerato laddove ve ne siano le condizioni (profittabilità dell’azienda). Non è un caso che, essendo questa condizione né certa né assicurata, si parla di capitale di “rischio” in quanto non solo si rischia di non beccare un soldo dall’investimento fatto ma anche di perdere tutto il capitale in caso di fallimento.

 

 

Le aziende si sono letteralmente tappate il naso pur di ottenere vantaggi dalla politica.

Ricordate queste banalità (che il lettore spero mi perdonerà per imprecisioni o dimenticanze) è evidente che lo shareholder value, intesa come dottrina che vede l’interesse dell’azionista prevalente, è una bestemmia che ha fatto rivoltare il buon Friedman chissà quante volte nella tomba. Aziende che si indebitano, che diminuiscono stipendi per avere risorse finanziarie disponibili, o stritolano i fornitori il tutto per comprare azioni proprie o liquidare principesche cedole agli azionisti, sono agli antipodi della responsabilità sociale dell’azienda intesa da Friedman, il quale vedeva l’azienda sì come macchina da soldi ma come condizione per creare sviluppo e prosperità a tutti i collegati (stakeholder)… buon ultimo gli azionisti.

A voler controbilanciare lo scellerato shareholder value è emersa da tempo la teoria della responsabilità sociale quale dovere dell’azienda ad un generico impegno sociale slegato dal suo compito principale. Come se il fare profitto dovesse sempre essere sanzionato perché realizzato in ogni caso in maniera contraria “alle regole di base della società, sia quelle contenute nelle leggi che quelle nelle consuetudini etiche” (parole tratte dall’articolo originario di Friedman) e l’azienda fosse dunque chiamata ad una “compensazione” per qualcosa di sgradito o, peggio ancora, di illecito relativo alle sue attività . Di conseguenza chi accetta di effettuare attività in termini di compensazione conferma, anche se solo implicitamente, queste motivazioni: compenso perché ho qualcosa da farmi perdonare. Una perversione che alla lunga radica nella società intera l’idea che l’azienda per far soldi, o pur di far soldi, ha sempre un comportamento eticamente e moralmente sanzionabile del quale è chiamata a rispondere.

Ben altra efficacia avrebbe invece il costante richiamo da parte di tutti gli stakeholder ad un ritorno e rispetto di quelle regole che hanno fatto dell’azienda il motore principale di sviluppo della nostra società. Ciò è stato possibile grazie alla creazione di condizioni favorevoli allo sviluppo del business, misurato nell’aumento dei profitti invocato da Friedman, che crea prosperità concreta, economica e non, presso tutti i suoi stakeholder.

Non vi è dubbio, e torniamo al punto iniziale, che la politica sia un contesto importante per lo sviluppo dell’impresa. Un responsabilità delle aziende che fanno donazioni dovrebbe essere quella di guardare al di là dei loro interessi e tornaconti immediati. Ma, guardando meglio, il mondo degli affari non ha alcuna necessità di finanziare la politica, sia in USA che da noi, se persegue obiettivi economici all’interno del quadro giuridico esistente. Infatti la politica ha sempre la necessità di interloquire col business per realizzare i suoi programmi, indipendentemente da chi l’ha finanziata.

Lo dimostra il caso di IBM che fin dai tempi di Thomas J. Watson, Ceo dal 1914 al 1956, non diede mai denaro a candidati politici. Nel 1968 suo figlio Thomas Watson Junior reiterò questa filosofia dell’azienda in un messaggio ai dipendenti:

“Non dovremmo usare il tempo, il denaro o i beni di IBM per scopi politici”.

Quanto questa politica non abbia mai ostacolato o danneggiato la IBM lo dimostra nel passato la spettacolare crescita dell’azienda, nel presente la testimonianza di Ginni Rometty, Ceo di IBM nell’era Trump, regolarmente invitata alla Casa Bianca.

Riportato il focus nel corretto ambito di ciò che l’azienda può e deve fare, si pone il problema delle modalità di intervento verso gli stakeholder collegati.

Quanto è opportuno pagare i dipendenti e in che forme?
Come ingaggiare relazioni con i fornitori per ottenere un vantaggio reciproco?
In che modo sostenere investimenti per i quali non siano disponibili risorse proprie?

Queste, e molte altre, sono alcune delle domande di business le cui risposte investono per davvero la responsabilità sociale delle aziende. Il criterio che deve guidare le risposte dovrebbe essere quello del lungo termine, della sopravvivenza in salute dell’azienda in là negli anni o, in caso di impossibilità, nella coraggiosa chiusura delle attività per evitare danni più gravosi ed estesi agli stakeholder (tasse non riscosse a fronte di servizi usufruiti per lo Stato, debiti non onorati nei confronti delle banche che costituiscono sofferenze alle quali viene chiamata la collettività per onorarli, debiti nei confronti dei fornitori che rischiano di danneggiarli gravemente a loro volta, eccetera).

L’esercizio principe, la via maestra per ragionare su questo livello è la Progettazione Strategica che dovrebbe fissare le direzioni, vincolate dalla ricerca di profitto e dalla ottemperanza a leggi e consuetudini etiche, rispetto alle quali poi l’operatività quotidiana si muoverà. Il caso americano, partendo dalla politica, richiama l’attenzione sull’importanza di tale esercizio verso la società intesa come l’ambiente indispensabile, multiforme e in continua evoluzione  dove sviluppare il business. Speriamo che dopo i tragici fatti del Capitol Hill il dibattito sulla responsabilità sociale si sviluppi in una direzione più seria, meno dogmatica e orientata a salvaguardare la natura del metabolismo primo dell’azienda.

Luciano Martinoli

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