Germi e motori elettrici

Nelle fabbriche di fine ‘800,  il movimento era generato da ingombranti  motori a vapore che imprimevano un moto rotatorio ad alberi che erano fissati al soffitto dei capannoni. A loro volta questi erano collegati ai macchinari da un intrico di cinghie e pulegge. Quando furono introdotti i motori elettrici, gli industriali provarono a integrarli nei layout dei macchinari esistenti, in molti casi sostituendo gli enormi motori a vapore con motori elettrici altrettanto ingombranti. Qualche vantaggio c’era, ma sorgevano anche parecchie difficoltà, per esempio quella di mantenere in funzione tutte le componenti elettriche. E così, molte aziende scelsero di tenersi i motori a vapore. Ci vollero decenni perché si capisse come sfruttare l’elettricità.

La “innovazione”  sbocciò quando si capì che era meglio applicare un piccolo motore a ogni singolo macchinario e non averne uno grande che li muovesse tutti. A quel punto le fabbriche potevano essere ripensate anche nella loro architettura: non avevano più bisogno di essere alimentate da un motore centrale, si potevano distanziare i macchinari (aumentando così la sicurezza dei lavoratori), eliminare l’esigenza di rinforzare i soffitti per poter ospitare alberi, cinghie e pulegge, dotare i capannoni industriali di finestre e lucernari, e tanto altro.

Una parte del problema, scrive Paul David che indagò sul fenomeno nel 1989 con il suo articolo “The dynamo and the computer: an historical perspective on the modern productive paradox, era stata l’inerzia: i proprietari delle fabbriche, avendo già speso un sacco di soldi e di tempo a costruire impianti organizzati intorno ad alberi di trasmissione centrali, non volevano intraprendere complesse e costose ristrutturazioni. Ma l’ostacolo principale era l’incapacità di immaginare il futuro abbandonando l’idea che ci dovesse essere un unico motore centrale a trasmettere il movimento a tutte le macchine. Fin quando questo non accadde, pur essendo noti e disponibili i motori elettrici, non ci fu nessuna reale innovazione in virtù della disponibilità di nuova tecnologia. Il trasferimento tecnologico non c’entrava nulla.

La sepsi, o infezione, è stata una  grande piaga della chirurgia essendo la principale responsabile della morte dei pazienti. Uccideva circa la metà delle persone sottoposte a interventi chirurgici ma aveva anche un elevata incidenza sulla mortalità perinatale sia del bambino che della madre. Le infezioni erano così frequenti che l’uscita di pus dalla ferita era ritenuta una fase inevitabile della guarigione.

Negli anni sessanta dell’ottocento il chirurgo scozzese Joseph Lister venne a conoscenza del lavoro in cui Louis Pasteur dimostrava che i processi di decomposizione e di fermentazione erano causati da microrganismi che potevano essere eliminati esponendoli a certe sostanze chimiche. Lister capì che lo stesso processo si verificava nelle ferite infette. Si sarebbe potuto pensare che, dopo la pubblicazione delle sue osservazioni, il metodo antisettico si sarebbe diffuso, ma le cose non andarono affatto così.

 

 

“…l’ostacolo principale era l’incapacità di  abbandonare l’idea che ci dovesse essere un unico motore centrale a trasmettere il movimento a tutte le macchine. “

Vent’anni dopo la pubblicazione di quel lavoro, l’obbligo di lavarsi le mani era ancora solo formale. I chirurghi immergevano i ferri nell’acido fenico ma continuavano a operare con le loro redingote nere incrostate di sangue e viscere delle operazioni precedenti, per dimostrare che erano molto impegnati. Invece di usare garze pulite, riutilizzavano le stesse spugne marine senza sterilizzarle.

Sarebbe passata una generazione prima che le indicazioni di Lister venissero rispettate regolarmente e fossero fatti i passi successivi verso i moderni standard dell’asepsi: escludere totalmente i germi dall’ambiente operatorio, usare strumenti sterilizzati con il calore e indossare camici e guanti sterili.

Perché?

Con le loro palandrane nere macchiate di sangue, i chirurghi si sentivano guerrieri che combattevano contro la morte a mani nude. Ignoravano volontariamente le nuove scoperte scientifiche, ampiamente disponibili, e rimanevano attaccati alle loro convinzioni. Consiglio caldamente la visione di questo breve filmato, tratto dal film Hysteria, che rappresenta molto bene quale era l’atteggiamento dell’epoca verso le novità scientifiche da parte della maggioranza dei medici.

Alcuni pionieri tedeschi, tuttavia, cominciarono a pensare a se stessi come scienziati più che combattenti. Sostituirono le redingote nere con impeccabili camici bianchi da laboratorio, riorganizzarono le sale operatorie in modo da farle diventare sterili. Scoprirono che la cosa principale da insegnare ai chirurghi, non era tanto eliminare i germi quanto ragionare come scienziati da laboratorio.

I giovani dottori di altri paesi che andavano a studiare con i grandi luminari della chirurgia tedesca si convertivano con entusiasmo al loro modo di pensare e ai loro metodi. Quando tornavano a casa, erano diventati apostoli non solo delle pratiche antisettiche (per uccidere i germi) ma anche delle più impegnative pratiche asettiche (per prevenire i germi), che prevedevano l’uso di guanti, camici, cuffie e mascherine sterili. Facendo proseliti tra i loro colleghi e studenti, alla fine diffusero quelle idee in tutto il mondo.

Anche in questo caso dunque il semplice trasferimento tecnologico, inteso come passaggio di conoscenze esistenti dal mondo della ricerca a quello della pratica e dell’industria, non fu sufficiente a generare innovazione. Solo dopo l’accettazione e il desiderio di una nuova identità, socialmente più attraente di quella precedente, portò, anche se con ritardo, i benefici delle nuove scoperte scientifiche.

Dunque nel caso dei motori elettrici, non furono questi a generare l’innovazione ma un paradigm shift organizzativo: motori ad ogni macchinario invece che, come si faceva prima, uno per tutti. Nel caso dei germi non eliminare i germi quanto ragionare come scienziati da laboratorio. Due dimensioni sociali, non tecnologiche.

Purtroppo ad oggi il dibattito sulla Innovazione, e su quella che viene considerata la molla generatrice (il trasferimento tecnologico), verte solo ed esclusivamente sul passaggio di conoscenze ignorando totalmente quella dimensione sociale che ne è la vera causa scatenante, come questi due esempi, ma ve ne sono molto altri, dimostrano. Immersi come siamo nella cultura del tecnicismo, ci riteniamo simili alle macchine. Così come simili alle macchine pensiamo siano i sistemi sociali, come le organizzazioni, che compongono la nostra complessa società. Con questo approccio pensiamo che basti aggiungere carburante alla macchina (il trasferimento tecnologico) per farla partire.

Come ben sappiamo così non è, ma fin quando non affronteremo il tema da questo altro punto di vista, quello dei sistemi sociali,  potremo avere le migliori e più avanzate scoperte mai avute ma rimarranno inutilizzate per molto tempo, come nel caso dei motori elettrici e della aspesi. Un elemento di grande attenzione per organizzazioni aziendali e no-profit (ospedali, enti pubblici, eccetera).

info@bmconsulting-mi.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *