Coronavirus, Tocilizumab e gli effetti collaterali

Qualsiasi descrizione o spiegazione è fatta da un osservatore. Questo dal suo punto di vista, costituito da posizione nello spazio, proprie convinzioni, patrimonio di conoscenze, obiettivo che vuole perseguire e altro ancora,  distingue una entità o un fenomeno da uno sfondo generale. Dunque una osservazione è una distinzione di qualcosa da tutto il resto. Tali descrizioni e spiegazioni, dipendendo sempre parzialmente dalle scelte e dagli scopi dell’osservatore,  non corrispondono mai completamente al vero dominio dell’entità osservata.

Se accettiamo questa definizione, siamo costretti a rivedere radicalmente il nostro concetto di “effetto collaterale”, o secondario, inteso come una caratteristica intrinseca e gerarchicamente collegata ad un effetto “primario”.  Infatti l’effetto è secondario rispetto ad una gerarchia che l’osservatore, perseguendo uno scopo che è per lui “primario”, ha definito e non è intrinseco all’oggetto o al fenomeno che sta osservando. Dunque un pregiudizio o, come dicono gli inglesi, un bias un orientamento o predilezione arbitraria verso una convinzione piuttosto che un’altra.

Una esemplificazione di tutto questo appare in modo abbastanza chiaro in medicina e in particolare dal caso del farmaco Tocilizumab, di cui si parla tanto in questi giorni. Il Tocilizumab, o Atlizumab, è un anticorpo umanizzato sviluppato dalle case farmaceutiche Hoffmann-La Roche e Chugai. È un farmaco immunosoppressore, creato per il trattamento dell’artrite reumatoide e di una sua grave forma nei bambini. Già dal 2016 è stato oggetto di un trial, con riscontri positivi, per il trattamento di gravi casi di asma con componente immunodegenerativa. Tuttavia, non è stato ancora approvato per il trattamento di tale patologia.

Allo scoppio della pandemia di coronavirus è stato sperimentato in Cina e recentemente anche in Italia. In Cina sono stati trattati diversi pazienti, che hanno mostrato importanti segni di miglioramento nelle prime 24-48 ore dall’inizio della terapia. A marzo, pur essendo già nella fase calante della curva di diffusione, la National Health Commission cinese ha pubblicato le linee guida per l’impiego del Tocilizumab contro il coronavirus. Anche in Italia, dove è iniziata un’analoga sperimentazione, i risultati appaiono soddisfacenti e ci sono speranze che possa impedire il trattamento estremo della ventilazione forzata con l’uso di macchine, la cui scarsità è la maggiore preoccupazione delle autorità sanitarie.

Un caso analogo e oramai accertato è quello dell’acido acetilsalicilico meglio noto col suo nome commerciale più diffuso: aspirina. 

Già nell’antichità si sapeva che le foglie e la corteccia del salice contenevano sostanze per curare mal di testa, febbre, dolori muscolari, reumatismi e brividi. Negli anni ’80 del secolo scorso si scoprì che l’aspirina aveva anche un benefico effetto nelle patologie trombotiche come antiaggregante. Questo suo “effetto secondario” lo portò ad essere un farmaco comunemente usato per combattere tali patologie.

Quale è l’effetto primario e quello secondario di tali farmaci? In base a cosa uno dei due è primario? Queste sostanze hanno al loro interno maggiore capacità di interagire col nostro corpo in un modo, da qui l’effetto primario, e minore in un altro? Evidentemente no se vengono usati con uguale successo in patologie tanto diverse. La classificazione gerarchica, primario verso secondario, dunque discende da chi “osserva” il fenomeno e ne ha fatto emergere anche le proprietà, non osservando le altre. E’ il motivo per il quale qualsiasi farmaco prima di essere posto in commercio viene sottoposto ad una rigida, e purtroppo mai esaustiva, fase di test al fine di verificare che chi lo ha prodotto si sia dimenticato di qualche “effetto secondario” che potrebbe essere letale (o non giustificare il beneficio).

E’ evidente che tutto ciò è valido anche per altri ambiti, ad esempio la dimensione organizzativa. La “somministrazione” di un’attività, sia essa un training che una indagine o un progetto di cambiamento, nelle intenzioni di chi la propone  ha degli obiettivi da perseguire. Essendo però l’organizzazione un sistema complesso, o meglio ancora autopoietico(che si fa da se) ne più né meno di un sistema biologico, quell’attività avrà sempre degli effetti che solo nella testa di chi lo propone sono classificabili come “secondari” (ammesso che si ponga il quesito).

Dunque nessun intervento organizzativo può essere pensato efficace esclusivamente per uno scopo, gli effetti ulteriori saranno altamente dipendenti della specifica struttura (e non generalizzabili). Il solo modo per minimizzare effetti indesiderati è una fase di test su piccoli campioni organizzativi e una osservazione da più punti di vista (maggiori risorse cognitive) non orientate allo scopo iniziale.

Inoltre è bene ricordare sempre che è la stessa organizzazione origine del suo cambiamento e nessun cambiamento potrà mai avvenire dall’esterno, come anche ben sanno la farmacologia e la medicina che puntano allo stimolo del corpo e del suo sistema immunitario per ritornare in salute.

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